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Sociologia

La carriera del deviante


Si considera deviante un comportamento sociale dissonante con quelli accettati e praticati da un gruppo, da un'organizzazione o da un sistema sociale latamente inteso. Tale definizione implica, ovviamente, un'idea di normalità e di patologia sociale che è per molti aspetti connessa ai valori culturali e ai principi etici di una comunità, e quindi passibile di evoluzione. Alla fine dell'Ottocento, con gli studi di G. Tarde e di E. Durkheim, la sociologia ha prodotto una prima teoria della devianza, superando la pura e semplice classificazione dei comportamenti basata sulla correlazione fra reati e variabili empiriche di tipo statistico (età, sesso, istruzione, condizione economica). Durkheim, in particolare, giunge a collegare esplicitamente la devianza con il fenomeno dell'anomia in quanto allentamento dei vincoli di controllo sociale e tendenziale crisi dell'ordine comunitario. Più tardi, R. K. Merton individuerà nello scarto fra fini proposti dalla società e mezzi consentiti all'individuo o al gruppo per raggiungerli il principale fattore potenziale di devianza. I fini (ricchezza, prestigio, visibilità), assumendo valore assoluto, vengono cioè perseguiti attraverso pratiche indifferenti ai codici morali e sensibili soltanto al risultato. Altri studiosi, come E. Sutherland, si sono invece concentrati sulle dinamiche di apprendimento che causano la riproduzione del comportamento deviante, evidenziando la funzione decisiva del contatto con gruppi portatori di una subcultura della devianza o, viceversa, della mancata socializzazione ai valori etici e normativi della comunità (devianza come prodotto di socializzazione imperfetta). Un altro indirizzo – noto come teoria dell'etichettamento (D. Matza, E. Goffman) – indaga soprattutto sulla “carriera deviante”, presupponendo che questa sia in massima parte condizionata dall'interiorizzazione di un ruolo sociale da parte del deviante.

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